8 pensieri automatici disfunzionali e come correggerli
Spesso pensiamo di decidere con razionalità, di agire secondo logica, di essere pienamente consapevoli di ciò che ci guida.
Eppure, gran parte della nostra esperienza psicologica è regolata da messaggi silenziosi, automatismi appresi, convinzioni profonde che si formano nei primi anni di vita e si consolidano attraverso le esperienze.
In questo articolo parleremo di 8 messaggi invisibili della mente, piccoli assiomi interiori che operano sotto la soglia di coscienza. Agiscono come schemi mentali e il primo passo per ridurne l’impatto è diventare consapevoli della loro presenza, provando a correggerli.
1. “Non sono abbastanza”
Un messaggio che nasce spesso da esperienze precoci di disconferma. Può portare a insicurezza, bisogno di approvazione, perfezionismo. La nostra autostima è molto influenzata dalle esperienze che viviamo. Se nel passato abbiamo ricevuto critiche o affrontato fallimenti senza il giusto supporto, è facile che ci sentiamo insicuri e abbiamo paura di sbagliare. Al contrario, ogni piccolo successo ci aiuta a sentirci più sicuri. Spesso però ci concentriamo più sui fallimenti che sulle vittorie. Per migliorare l’autostima, è importante fare attenzione ai progressi fatti, celebrare i successi e vedere i fallimenti come occasioni per imparare.
2. “Se sbaglio, vengo escluso”
Il legame tra errore e valore personale è un costrutto disfunzionale. Spinge molte persone a evitare rischi o esporsi. Le relazioni che abbiamo influenzano molto la nostra fiducia in noi stessi. Crescere in un ambiente positivo e di supporto ci aiuta a sentirci più sicuri. Al contrario, se viviamo in un ambiente pieno di critiche e giudizi negativi, l’autostima può abbassarsi. È importante circondarsi di persone che ci incoraggiano e ci sostengono, cercando di evitare situazioni tossiche che aumentano le insicurezze. Le relazioni sane ci permettono di vedere il nostro valore attraverso gli occhi degli altri.
3. “Devo essere perfetto per essere amato”
Qui troviamo le radici del perfezionismo. La persona impara a legare il proprio valore all’assenza di difetti. Nel perfezionismo patologico, c’è spesso una profonda insicurezza e la convinzione di non essere mai abbastanza. Si pensa che solo mantenendo standard sempre più alti si possa essere accettati e non giudicati. In realtà, questo è un segno di bassa autostima e di scarsa valorizzazione di sé, che porta a pensieri disfunzionali.
4. “Gli altri potrebbero ferirmi”
Un messaggio di difesa. Spesso legato a esperienze relazionali di tradimento, rifiuto o abbandono. La paura dell’abbandono, o sindrome di abbandono, è il timore di essere lasciati soli e di non avere nessuno che si prenda cura di noi. Non è solo paura di separarsi da qualcuno, ma un profondo senso di vuoto, dove si pensa di non riuscire a vivere senza l’altro. Questo disturbo porta a pensieri e comportamenti, a volte ossessivi, legati alla paura di essere abbandonati e di restare soli. In ogni caso, influisce sulla vita e sulle relazioni.
5. “Non posso cambiare”
Un’idea fissa che blocca la crescita. Ma la neuroplasticità dimostra che siamo in continuo mutamento, anche a livello cerebrale.
Il cervello ha una grande capacità di adattarsi e cambiare a seconda delle esperienze. Ogni volta che affrontiamo qualcosa di nuovo o impariamo qualcosa, i circuiti neurali legati alla fiducia diventano più forti. Questo ci mostra che la fiducia non è fissa, ma può crescere e migliorare con esercizi e abitudini positive. Allenare il cervello a gestire meglio le emozioni e le sfide quotidiane aiuta a costruire una sicurezza personale duratura. Tecniche come la ristrutturazione cognitiva, affrontare gradualmente situazioni difficili e imparare a gestire le emozioni sono utili per rafforzare la fiducia e migliorare l’autostima.
Praticare queste strategie ogni giorno cambia la nostra percezione di noi stessi e delle nostre capacità, permettendoci di affrontare le difficoltà con più determinazione e sicurezza. Con il tempo, questi cambiamenti diventano parte di noi, creando stabilità emotiva e fiducia che ci sostiene anche nei momenti di incertezza. Ripetere queste pratiche aiuta il cervello a sviluppare un atteggiamento positivo, facendo sì che le sfide quotidiane diventino occasioni di crescita invece che fonte di stress. Alla fine, ciò che inizialmente sembrava difficile diventa naturale, permettendoci di vivere con maggiore serenità e fiducia in noi stessi.
6. “Se mi espongo, mi giudicano
Porta al ritiro sociale, all’ansia da prestazione, all’autocensura. Spesso è una voce interiorizzata da ambienti critici. Temere il giudizio degli altri è una grande limitazione. Quando ci facciamo bloccare da questo pensiero, non riusciamo a condividere i nostri pensieri e a esprimere le nostre idee. Le nostre relazioni diventano meno autentiche, e questo può influire negativamente sulla nostra salute. Finiremo per reprimere le emozioni, che si manifesteranno anche nel corpo, e avremo difficoltà a comunicare. La nostra autostima diminuirà, e diventeremo dipendenti dal giudizio degli altri. Le nostre scelte e decisioni saranno influenzate dal desiderio di compiacere gli altri.
7. “Non merito di stare bene”
Un messaggio legato alla colpa inconscia. Può generare autosabotaggio, comportamenti di rinuncia o autocondanna. La colpa nasce da convinzioni errate che ci siamo costruiti su noi stessi, spesso a causa di un’educazione troppo rigida e di genitori che ci colpevolizzavano spesso. Questo ci ha portato a sviluppare un’immagine sbagliata di noi, basata sulla rigidità. Il primo passo è rivedere la colpa che sentiamo, perché di solito non ha basi concrete, ma è legata a esperienze passate, spesso risalenti all’infanzia. Quando il senso di colpa prende il controllo, è facile dubitare di noi stessi e pensare di non essere capaci di affrontare la vita con successo.
8. “Gli altri valgono più di me”
È il confronto sociale disfunzionale, spesso alimentato dai social media. La persona vive un perenne senso di inferiorità. Confrontarsi continuamente con gli altri è un atteggiamento che può farci sentire sempre inferiori. Quando lo facciamo, ci concentriamo su ciò che ci manca o su ciò che non siamo riusciti a fare, senza considerare che ogni persona ha un percorso e delle circostanze uniche. Questo tipo di pensiero porta a invidia, frustrazione e a una sensazione di insoddisfazione continua.
Perché è importante riconoscerli?
Questi messaggi non spariscono da soli. Ma una volta resi visibili, possono essere messi in discussione, ristrutturati, trasformati.
Il lavoro psicologico in terapia aiuta proprio in questo: portare alla luce ciò che agisce nell’ombra.
I pensieri automatici non sono verità: sono ipotesi da verificare.
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Bibliografia:
Beck, J. S. (2011). Terapia cognitivo-comportamentale: Teoria e pratica. Raffaello Cortina Editore.
Brown, B. (2010). The Gifts of Imperfection. Hazelden Publishing.
Carver, C. S., & Scheier, M. F. (1998). On the Self-Regulation of Behavior. Cambridge University Press.
Procacci, M., Semerari, A. (a cura di). Ritiro sociale. Psicologia e clinica. Erickson, 2019.
Rogers, C. R. (1961). On Becoming a Person: A Therapist’s View of Psychotherapy. Houghton Mifflin.
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